Corso di Paesologia
Una produzione del Festival
Da: Franco Arminio, Vento forte tra Lacedonia e Candela. Esercizi di paesologia, Roma-Bari, Editori Laterza, 2008.
Zibaldone
Quasi ogni mattina vado a trovare qualche paese come si va a trovare un vecchio zio, vado a vedere che faccia ha, a che punto è la sua malattia o la sua salute. Vado per vedere un paese, ma alla fine è il paese che mi vede, mi dice qualcosa di me che non sa dirmi nessuno.
Ci sono paesi accresciuti, deformati dalla spinta a diventare come le città e ci sono i paesi sperduti, affranti, quelli che non bastano mille curve per toccarli e quando arrivi senti che resterai per poco.
Nei paesi vedi il corso delle cose, l’inizio, lo svolgimento e la fine.
Io appartengo solo al mio paese. Sono un dente dentro la bocca del cavallo, un mattone dentro un muro. Sono il vento che mi agita la testa, che rompe i minuti in cui cammino.
Una volta nei piccoli luoghi si guardava il mondo come a una faccenda che avveniva altrove. Il paese era un altro mondo.
La paesologia è una forma d’attenzione. È uno sguardo lento, dilatato, verso queste creature che per secoli sono rimaste identiche a se stesse e ora sono in fuga dalla loro forma.
Non sai cosa sia e cosa contenga. Vedi case, senti parole, silenzi, in ogni modo resti fuori, perché il paese si è arrotolato in un suo sfinimento come tutte le cose che stanno al mondo, ciascuna aliena allo sfinimento altrui.
Certe volte penso, per darmi coraggio, che dai posti considerati minori può partire qualche scintilla. Dalla loro flebile vita può aprirsi lo spazio per una nuova compassione e una nuova alleanza con la natura.
Qui nulla avviene immediatamente e ciò che non avviene immediatamente è male, secondo il filosofo Kierkegaard.
Un paese è bello quando ti dà un altro respiro, ti fa capire come ciò che conta è sempre fuori di noi, che la nostra anima è sempre un luogo un po’ fosco e in fondo anche un po’ banale. La meraviglia del mondo è negli alberi, nelle nuvole, nella terra su cui poggiamo i piedi.
Prima dovevi imparare qualcosa per forza. Mungere una vacca , aggiustare un ombrello, portare le pecore all’erba giusta, fare i vestiti, le case, le scarpe, le sedie. Non era tempo di uffici e di chiacchiere.
Certi, a furia di stare sempre nel proprio paese, si scordano di stare nel mondo, nell’universo.
Una delle scene scomparse nella vita dei paesi è quella delle persone che spingevano le macchine: le famose partenze a strappo. Oggi al posto delle 127 ci sono le Audi 4 e non c’è più bisogno di spingere.
Il paese rimpicciolisce anche il narcisismo. Se uno si crede un genio non ci crede mai fino in fondo.
Il paesologo guarda e cammina. Non studia un paese, lo annusa, lo ascolta, ma non si fida di quello che si dice.
Uno arriva in una piazza, guarda delle facce e si fa un’idea del luogo in cui si trova. Pensa ai motivi per cui quel luogo gli piace o non gli piace.
La paesologia potrebbe anche chiamarsi etnologia soggettiva.
Zibaldone
Quasi ogni mattina vado a trovare qualche paese come si va a trovare un vecchio zio, vado a vedere che faccia ha, a che punto è la sua malattia o la sua salute. Vado per vedere un paese, ma alla fine è il paese che mi vede, mi dice qualcosa di me che non sa dirmi nessuno.
Ci sono paesi accresciuti, deformati dalla spinta a diventare come le città e ci sono i paesi sperduti, affranti, quelli che non bastano mille curve per toccarli e quando arrivi senti che resterai per poco.
Nei paesi vedi il corso delle cose, l’inizio, lo svolgimento e la fine.
Io appartengo solo al mio paese. Sono un dente dentro la bocca del cavallo, un mattone dentro un muro. Sono il vento che mi agita la testa, che rompe i minuti in cui cammino.
Una volta nei piccoli luoghi si guardava il mondo come a una faccenda che avveniva altrove. Il paese era un altro mondo.
La paesologia è una forma d’attenzione. È uno sguardo lento, dilatato, verso queste creature che per secoli sono rimaste identiche a se stesse e ora sono in fuga dalla loro forma.
Non sai cosa sia e cosa contenga. Vedi case, senti parole, silenzi, in ogni modo resti fuori, perché il paese si è arrotolato in un suo sfinimento come tutte le cose che stanno al mondo, ciascuna aliena allo sfinimento altrui.
Certe volte penso, per darmi coraggio, che dai posti considerati minori può partire qualche scintilla. Dalla loro flebile vita può aprirsi lo spazio per una nuova compassione e una nuova alleanza con la natura.
Qui nulla avviene immediatamente e ciò che non avviene immediatamente è male, secondo il filosofo Kierkegaard.
Un paese è bello quando ti dà un altro respiro, ti fa capire come ciò che conta è sempre fuori di noi, che la nostra anima è sempre un luogo un po’ fosco e in fondo anche un po’ banale. La meraviglia del mondo è negli alberi, nelle nuvole, nella terra su cui poggiamo i piedi.
Prima dovevi imparare qualcosa per forza. Mungere una vacca , aggiustare un ombrello, portare le pecore all’erba giusta, fare i vestiti, le case, le scarpe, le sedie. Non era tempo di uffici e di chiacchiere.
Certi, a furia di stare sempre nel proprio paese, si scordano di stare nel mondo, nell’universo.
Una delle scene scomparse nella vita dei paesi è quella delle persone che spingevano le macchine: le famose partenze a strappo. Oggi al posto delle 127 ci sono le Audi 4 e non c’è più bisogno di spingere.
Il paese rimpicciolisce anche il narcisismo. Se uno si crede un genio non ci crede mai fino in fondo.
Il paesologo guarda e cammina. Non studia un paese, lo annusa, lo ascolta, ma non si fida di quello che si dice.
Uno arriva in una piazza, guarda delle facce e si fa un’idea del luogo in cui si trova. Pensa ai motivi per cui quel luogo gli piace o non gli piace.
La paesologia potrebbe anche chiamarsi etnologia soggettiva.







